“A Lolli, quand’è che ce dici la tua sul Woke?” mi avete chiesto, visto che ne straparlo da sempre e in questi giorni lo fanno un po’ tutti. È successo infatti che media e intellettuali italiani hanno aperto un maxi-dibattito sul woke, sulla scorta delle dichiarazioni di AOC di due settimane prima.
Da Giuseppe Conte a Chiara Valerio, passando per tutti gli intellettuali mid tier dei social, stiamo assistendo a un fiorire di riflessioni spesso molto confuse.
Come ha notato l’amico Vittorio Ray, si fa fatica a capire cosa stanno cercando di dire molti di questi personaggi. Troppo ottimisti i destri a parlare di “riposizionamenti” e “retromarce”: questi sono dei veri e propri testacoda, derapate stilose che vogliono occupare tutte le posizioni contemporaneamente ché non si sa dove andremo a parare con Woke 2.0 e Woke 3.0.
Per questo, organizzerò il mio discorso per punti con l’obiettivo principale di fare chiarezza. Avendo già affrontato il tema - l’ultima volta qualche mese fa su queste pagine - mi ripeterò qui e lì ma cercherò di strutturare il tutto in un discorso unitario, coerente e si spera esaustivo.
Partiamo da una definizione, giacché è il primo contenzioso della faccenda. Come sapete, c’è tutta un’area che ha ripetuto per anni che il Woke non esiste, che è un’invenzione delle destre e, nonostante “l’ammissione” di AOC, questo argomento continua a riemergere nel dibattito, talvolta appena mascherato con strategie tipo “esiste ma solo in America”, “è esistito ma lo ha ucciso Trump” o ancora “per me il Woke è semplicemente l’antirazzismo!”, cioè la tattica del Fossato e della Torre: magnate st’argomento fantoccio ché l’altro non posso più difenderlo.
Dare una definizione positiva permette di evitare tali tentativi di smarcarsi e tuttavia deve essere una definizione onesta, ovverosia coerente con la maggior parte degli usi che di questo termine si fanno. Altrimenti cadiamo in un’altra strategia disonesta, cioè la filologia finto ingenua di coloro che -per restare sul tema- ti dicono che il Woke è “un modo di dire in voga tra gli afroamericani degli anni Trenta”, il ché seppur filologicamente vero è una forma di equivoco volontario.
Invece, quando fatto con onestà e rigore, definire è compito filosofico per eccellenza perché approfondisce senza tradire: svela l’essenza di quel che si dice, senza mutarne il senso. Ecco la mia:
1. Definizione:
il Woke sono le identity politics che hanno raggiunto un certo grado di influenza sulla società attraverso le piattaforme di Social Media.
2. Il Woke sono le Identity Politics?
Non è del tutto scorretto abbreviarla così ed è la definizione operativa che ho buttato tra parentesi nell’articolo di cui sopra.
A livello ideologico, il Woke non è nient’altro che Identity Politics e le Identity Politics sono l’unica ideologia del woke. Ma come fenomeno il Woke acquista le caratteristiche sue proprie solo a partire da un certo grado di influenza che le Identity Politics hanno raggiunto, dapprima nella sinistra e poi nella società tutta.
3. Cosa sono le Identity Politics.
Le Identity Politics si vanno affermando nel corso delle battaglie per i diritti civili negli Anni ‘60 e ‘70, negli Stati Uniti e in Europa e tuttavia non vi coincidono. In quelle lotte c’erano due anime: una integrazionista e una radicale. La prima, quella maggioritaria, mirava all’integrazione delle minoranze nello Stato liberale attraverso la conquista di determinati diritti (voto, divorzio, aborto, desegregazione, matrimonio egualitario etc); la seconda aveva una teoria critica.
4. Identity Politics e Marxismo (1)
Le Identity Politics sono quest’anima radicale e la sua teoria critica discende filosoficamente dal marxismo.
Così come per il marxismo la società è intrinsecamente conflittuale, divisa tra oppressi e oppressori, così lo è per le Identity Politics e nessuna integrazione è possibile.
Così come per il marxismo il conflitto di classe tra proletari e borghesi è possibile solo attraverso la scomparsa delle classi stesse, per le Identity Politics il conflitto tra donne e uomini, neri e bianchi, omosessuali ed eterosessuali è possibile solo attraverso la scomparsa rispettivamente del genere, della razza e dell’eteronormatività.
5. Identity Politics e Marxismo (2)
Se è abbastanza chiaro cosa voglia dire la scomparsa delle classi, ovverosia l’abolizione della proprietà privata, non lo è altrettanto per la scomparsa del genere, della razza o dell’eteronormatività.
Possedere o non possedere mezzi di produzione è una caratteristica del tutto estrinseca ai soggetti e in assenza del costrutto giuridico della proprietà privata è de facto impossibile sia essere proletari sia essere borghesi.
Il genere, la razza e l’orientamento sessuale invece si fondano su caratteristiche intrinseche ai soggetti e la loro abolizione passa per la decostruzione dei significati socialmente associati ad esse. Oppure per il genocidio, ma non molti hanno promosso questa strada.
La risposta a cosa voglia dire abolire le strutture di oppressione individuate dalle Identity Politics varia a seconda degli anni, della scuola di pensiero o dell’autore in questione.
Ciò che tutte hanno in comune è la necessità di una pedagogia sociale infinita.
6. Identity Politics e Individualismo
In virtù di quanto detto, alcune correnti marxiste hanno accusato le Identity Politics di essere una filosofia individualista, figlia del pensiero liberale, accorpandola al movimento per i diritti civili e dando vita alla dicotomia tra diritti civili e diritti sociali. Ed è falso.
Le Identity Politics sono figlie del marxismo proprio in quanto collettiviste e ferocemente anti-individualiste. Per le Identity Politics ogni soggetto si costituisce a partire dalla sua identità, cioè per l’appartenenza a una collettività più ampia. Ogni sua parola, ogni sua rivendicazione, ogni suo atto va valutato in relazione alle sue identità, ovverosia alle collettività cui appartiene.
Ciò che le separa tanto dal marxismo, quanto dal liberalismo, è una prospettiva universalista finale.
7. Identity Politics e sinistra radicale
Le Identity Politics scompaiono dal centro del dibattito pubblico per una trentina d’anni, dagli anni ‘80 fino agli anni ‘10. Sono i decenni della lunga marcia all’interno dell’accademia -prima francese, poi angloamericana- dove vengono messi a punto i vari rami della teoria critica: teoria femminista, studi di genere, teoria post-coloniale, teoria queer etc. Durante questo percorso, oltre a imbarcare nuove identità oppresse, viene messo a punto il concetto di intersezionalità che mira a unire le analisi e le lotte ma avrà, come vedremo, l’effetto contrario.
L’intersezionalità delle Identity Politics fece rima col concetto di moltitudine, proposto in quegli anni dal postoperaismo, corrente marxista (post-marxista per i suoi critici) che egemonizzò la sinistra radicale orfana dell’Unione Sovietica.
Entrando nella moltitudine -il nuovo soggetto rivoluzionario che aveva sostituito il proletariato- le Identity Politics si saldano politicamente all’area maggioritaria della sinistra radicale.
8. Dalle Identity Politics al Woke
Le Identity Politics riemergono sulla scena politica all’inizio degli anni ‘10 sotto forma di Woke e sono convinto non sia accaduto per caso.
Le identità politicizzate hanno trovato in quegli anni una piattaforma in grado di renderle visibili: i Social Media.
I Social Media sono un palcoscenico di palcoscenici chiamati profili (su questo Storia della fama, effequ 2025) che seguono e raddoppiano la logica delle Identity Politics.
Il complesso rapporto tra individuo e collettività che ha portato alcuni marxisti a definire individualiste le Identity Politics viene risolto ed esaltato nell’arena dei Social Media.
Se postare sui Social Media equivale a mettere in mostra se stessi, farlo per una causa più grande cui partecipiamo, mette tra parentesi la natura individualista e la traduce in collettivismo.
Nelle Identity Politics, l’individuo coincide con le collettività cui appartiene, nel Social Media egli trova lo spazio per performare singolarmente la moltitudine che lo compone.
Il Woke è l’esito di questa socializzazione, l’etica delle Identity Politics si fa lingua comune.
9. Woke e Cancel Culture
Spesso associata al Woke tout court, quasi ne fosse sinonimo, la Cancel Culture è la modalità di conflitto primaria del Woke, la drammatizzazione dei suoi principi. Sebbene possa essere occasionalmente agita dall’alto, in forme più tradizionali di censura, come il produttore che licenzia l’attore problematico o taglia la scena di un film, la Cancel Culture entra in scena come forma di pressione dal basso consentita dalle piattaforme di Social Media.
La scena girardiana è la collettività che si rivale sull’individuo e gli fa finalmente scontare il suo privilegio, poco importa se poi a licenziarlo sarà il suo capo, come il produttore di cui sopra.
Attraverso la Cancel Culture, il Woke ha esteso progressivamente il suo raggio di azione, ha mostrato i muscoli, reso evidenti le conseguenze concrete dell’infrazione delle sue norme.
L’etica Woke si è così fatta strada nelle arti, nella cultura, nei media, nelle aziende e in ampi settori della società.
10. Il privilegio e la discriminazione attiva
Come abbiamo visto, al centro del Woke c’è la divisione tra oppressi e oppressori, portato del discorso marxista, che però, in assenza di una prospettiva rivoluzionaria universale, si cristallizza nel concetto di privilegio. Anche la classe, quando è stata reintegrata nel discorso Woke, si è convertita in un privilegio tra i tanti, piuttosto che una condizione sociale da trasformare.
Se non si può trasformare la condizione sociale che lega entrambi i soggetti, vuol dire che il privilegiato ha contratto un debito inestinguibile nei confronti di tutti i soggetti non privilegiati relativamente a lui.
Ne consegue che l’unica azione possibile è la controdiscriminazione, una discriminazione attiva, cioè una discriminazione punto e basta.
Già ma chi sono questi privilegiati?
11. Intersezionalità come guerra di tutti contro tutti
Nonostante venga presentata come unione delle analisi e delle lotte, l’intersezionalità intesa dal Woke ha come unico esito possibile la guerra di tutti contro tutti. Ed è quello che ha avuto.
Nella logica delle Identity Politics ogni soggetto altro non è che la somma delle identità collettive alle quali partecipa. La stragrande maggioranza dei soggetti, a seconda dell’identità presa in esame, cadono ora dal lato degli oppressori, ora da quello degli oppressi, qui subiscono il privilegio, qui lo esercitano. Nessuno può considerarsi pari di nessun altro se non previo esame delle proprie identità, check dei privilegi, che lo pongono di volta in volta in condizione di credito o di debito verso l’altro, secondo un certo aspetto.
Il Woke pone in essere una controsocietà gerarchica, specchio della gerarchia che descrive nella società primaria, in cui ciascuno gode di nuovi privilegi e nuove discriminazioni, opposti e contrari a quelli contestati.
12. Woke e peccato originale
In tanti hanno accostato il discorso sul privilegio del Woke a quello cristiano sul peccato originale. L’intuizione ha le sue ragioni ma fa fare un passo avanti e due indietro. Sebbene sia vero che entrambi derivano da atti ancestrali non commessi dal soggetto che lo gravano di un senso di colpa inestinguibile, ma differiscono in tutto il resto.
Il peccato originale è ciò che rende gli uomini tutti uguali, ugualmente fallibili, tutti partecipi del male quantomeno in potenza e dovrebbe ispirare comprensione e compassione verso coloro che lo mettono in atto.
Il privilegio è invece distribuito in maniera diseguale, rende gli uomini tutti diversi e ostili gli uni agli altri, ciascuno con le sue ragioni. Nessuno infatti “esamina il suo privilegio” da sé: “check your privilege” è un imperativo non a caso, è sempre qualcuno a ordinarlo al suo prossimo.
Il discorso sul privilegio del Woke è un’ingiunzione a rivivere eternamente la scena della trave e della pagliuzza, abbozzando quando siamo dal lato sfortunato e godendo quando siamo dall’altro.
13. Woke e libertà di parola
Il rapporto teso tra Woke e libertà di parola non è accidentale e non è neppure conseguenza necessaria della sua natura ideologica.
Ogni ideologia cova un’ambizione totalitaria e gli sta bene che parli finché dici quello che vuole sentirsi dire. Il Woke fa un passo ulteriore: non è solo cosa dici ma anche e soprattutto chi lo dice.
In virtù di quanto detto prima, ogni tema può essere trattato primariamente o esclusivamente dalle identità coinvolte che vantano il nuovo privilegio di poterne parlare. Le altre soggettività devono mettersi in ascolto, in altre parole stare zitte e mute.
14. Woke e verità
Ne consegue che il Woke non ha nessun interesse per la verità, fosse anche una verità provvisoria, parziale, nata da un accordo razionale tra soggetti.
Ogni affermazione viene valutata a partire da chi la dice, dal suo grado di nuovo privilegio nei confronti della società e del tema stesso.
Il self-id (l’autoidentificazione) è insieme conseguenza e causa di questa situazione.
Poiché la verità non esiste, ognuno può identificarsi in quello che vuole, reclamare per sé un’identità che gli permetta di partecipare al gioco sociale.
Poiché si può partecipare al gioco sociale solo tramite l’identità, i soggetti sono portati ad attribuirsene, ben sapendo che, all’interno del gioco stesso, non c’è un’epistemologia condivisa in grado di smentirli.
15. Il Woke è di destra?
Provocazione che piace tanto fare a una mia amica marxista e che ha i suoi fondamenti nel discorso che stiamo facendo.
Considerato che l’identitarismo è la base del Woke, perché non associarlo ai movimenti identitari classici, cioè alle destre reazionarie e fasciste che vedono nelle identità il punto di partenza e di arrivo di ogni politica?
Suggestivo come quello con il cristianesimo, questo parallelo è in ultima analisi scorretto ma ci consente di capire l’ultima caratteristica delle identità nel Woke.
Destre e Woke pongono le identità al centro della loro politica ma intendono cose ben diverse.
I primi hanno tutta una serie di criteri per deliberare chi è dentro e chi è fuori, che vanno dal senso comune alla teoria della razza. I secondi no, hanno il self-id.
Le identità del Woke sono intrinsecamente vuote o per meglio dire posizionali: come il segno linguistico per Saussure si definiscono solo per differenza senza termini positivi.
Quando una tradizionalista dice “Perché sono una donna” sta facendo riferimento a uno o più attributi storicamente ascritti alla femminilità. Quando una woke dice “Perché sono una donna” sta dicendo “Perché non sono un uomo”.
Conclusioni e due esempi.
Figlio del marxismo ma privo di una prospettiva universale, il Woke ha potuto inserirsi nelle istituzioni, formali e informali, delle democrazie liberali ma minando alla base il loro patto sociale, manifestando una controsocietà che istituisce privilegi e discriminazioni secondo le sue logiche.
Più che una proposta politica, è un’etica politicizzata che vive all’interno del sistema e lo trasforma ma senza un fine definito o definibile. La sua pedagogia sociale è, per l’appunto, strutturalmente infinita.
Ora voi potreste pensare che le mie analisi siano prive di fondamento, che ho descritto dinamiche inesistenti oppure estremamente marginali, riproponendo i controargomenti che ho esposto in apertura.
Allora chiuderò con due esempi, lontani nello spazio e nel tempo. Il primo negli Stati Uniti nel 2019, il secondo in Italia l’altro ieri.
Il primo è una ormai mitologica assemblea nazionale dei DSA, Democratic Socialists of America, la più importante organizzazione socialista di base degli USA, formazione cui appartiene anche AOC. Nei vari high-lights che sono usciti, vediamo susseguirsi “Point of privilege”, mozioni che interrompono continuamente lo svolgersi dell’assemblea per far notare questa o quella discriminazione in atto nella sala, come persone che chiacchierano, applaudono o disturbano in altro modo le fragilità identitarie della soggettività in questione.
Ma so che state pensando che era il 2019 e comunque gli americani sono matti.
Allora vi lascio con Giulia Blasi che, l’altro ieri, su questa piattaforma ha dapprima inanellato tutte le strategie difensive descritte sopra (“il woke non esiste”, “il woke è una invenzione delle destre”, “il woke è quello degli afroamericani” etc) e poi ha proceduto a darci una dimostrazione plastica di questa non esistenza:
[…] il problema era chi stava parlando.
I big player del discorso qua da noi: Ezio Mauro, Giuseppe Conte, Matteo Renzi. La prima voce del dissenso: Christian Raimo, che fino a prova contraria - pur essendo dissenziente, appunto - è un altro maschio eterocis. E nessuno di altrettanto rilevante che si sia fermato un attimo a dire: ma non ci sarà un attimo di problema di prospettiva, qui? Come può questa sagra della salsic concentrazione di soggettività privilegiate essere produttiva ai fini di un dibattito equilibrato su temi fondamentali per il campo progressista?
Per chi gli fosse sfuggito, da una settimana a questa parte Christian Raimo ha sparato una raffica di post pro-Woke da capogiro, compreso uno particolarmente sfortunato sui borghi italiani pieni di maschi vecchi bianchi razzisti sessisti. Insomma, ha recitato la parte alla perfezione eppure era meglio se si stava zitto, in quanto maschio bianco eterocis, ennesima salsiccia nella proverbiale sagra.
Puoi credere che il Woke non esista ma il problema per il Woke è che esisti tu.







Un commento riguardo al finale: i woke americani, non essendo del tutto stupidi (o semplicemente avendo avuto più anni di esperienza sul tema), hanno giustamente previsto il concetto di "ally" proprio per evitare il fuoco amico come quello di Giulia Blasi contro il povero Raimo.
Parafrasando: il vegetariano intelligente è quello che incoraggia amici e parenti a ridurre gradualmente il consumo di carne, quello stupido passa il tempo a sputare addosso a chi è meno intransigente di ləi.
grazie dell’articolo. Sentivo ieri sera un economista dire che le politiche DEI (praticamente il woke messo in norme, leggi, regolamenti e circolari negli ultimi 10-15 anni) hanno portato ad un notevole aumento i costi per le aziende pubbliche e private ed hanno avuto un impatto sul PIL negativo, oltre a veicolare un messaggio anti meritocratico sul mercato del lavoro che in certe latitudini è stato vissuto come fastidioso. Quindi i mercati hanno detto ad un certo punto: “dateci un taglio” ed anche i democratici americani dell’ala più di sinistra vedendo che si possono vincere le elezioni senza utilizzare più il tema (sono passati al socialismo standard) lo hanno felicemente rottamato.
In Italia è diverso, qui ci sono i cani di Pavlov, gli intellettuali e politici servi che appena dagli USA qualcuno detta la linea ripetono sui giornali a pappagallo: “non se ne poteva più” oppure “abbiano esagerato” oppure “il woke mi ha dato tanto ma è giusto rottamarlo etc”. Uno spettacolo che mi sembra patetico e mi fa capire il livello degli intellettuali mainstream italiani.